lunedì 19 dicembre 2016

GIUDA di Amos Oz



Giuda di Amos Oz è stata senza dubbio la più grande sorpresa letteraria dell'anno. Un romanzo raro - non ho mai letto nulla del genere, sia narrativamente sia stilisticamente - non ambizioso, ma nonostante questo grandioso. Grandioso perché in questa storia c'è tutto: tutto quello che è importante, tutto quello sui cui è necessario riflettere, tutto ciò che oggi deve impressionare la nostra sensibilità di essere umani.
Ritengo che Oz sia un prosatore brillante, il suo stile rasenta la perfezione. Il ritmo della narrazione, sebbene sempre piuttosto piatto, mantiene vivi l'attenzione e l'interesse del lettore senza eccezioni. Le descrizioni, frequenti quanto basta, sanno essere molto suggestive, restituendoci una Gerusalemme difficile e controversa, in eterno conflitto. 
La scrittura è intensa, piena, ricca. Ma soprattutto privata. La parola di Oz non conosce eccessi o volgarità di sorta. E' la parola di uno scrittore che riconosce l'importanza del pudore in letteratura. L'importanza di quell'intimità che non sempre trova nell'attuale panorama letterario una propria adeguata espressione, e di cui molti romanzieri improvvisati oggi si dimenticano.
Una frase che in tal senso mi ha colpito molto è:
La luce spietata si era addolcita, come ricreduta.  
Oppure, ancora:
Non c'era anima viva fuori, ma alle finestre baluginava qualche luce e in fondo alla strada, verso occidente, c'era ancora un'agonia di tramonto, chiazze di vino luccicanti e di porpora sanguigna sulla superficie di una fiumana rossastra.
La Natura di Gerusalemme, la vera grande protagonista del romanzo, viene umanizzata e resaci poeticamente. Oz si serve delle parole al massimo del loro significato. Nella loro semanticità esse arrivano sempre al cuore del lettore intelligente che con pazienza si sofferma su ciò che la pagina scritta gli offre. Non c'è mai violenza, rabbia o aggressività in questo romanzo. Mai. Oz è sempre molto attento a non ferire il proprio lettore. Nonostante questo, però, Giuda ha una propria durezza.

Grazie a Giuda ho conosciuto uno dei personaggi maschili più trasparenti e ingenui di cui io abbia mai letto. Shemuel Asch è un giovane scapestrato che improvvisamente si ritrova solo, soffocato dalla latente disperazione dei propri fallimenti personali e professionali. E' sbadato, confuso, disorientato. Ma nonostante questo non si affanna ad andare alla ricerca di se stesso, anzi. Sembra, al contrario, muoversi nella direzione opposta, verso un'ancora maggiore disorganizzazione del proprio essere e della propria, molto instabile, identità. Shemuel, che anela ad un Senso molto più grande e profondo di quello relativo alla propria piccola persona (ovvero: qual è stato il vero ruolo di Giuda Iscariota nella storia di Gesù e nella fondazione del Cristianesimo?), è perso per sempre, una volta e per tutte. E' in questo senso un personaggio ai margini, indefinito e indefinibile, molto tenero e commovente.  
Una piccola descrizione all'inizio del romanzo rende piuttosto bene l'idea di quel che Shemuel è:
Qualche giorno prima di lasciarlo, Yardena gli aveva detto: tu, o sei una specie di cucciolo scatenato, esuberante, irrefrenabile, coccolone, che anche quando stai seduto su una sedia non si sa come mai giri continuamente intorno alla tua coda, oppure sei il contrario - te ne rimani giorni e giorni sepolto nel tuo letto, sei come una coperta pesante cui nessuno dà mai aria.
Ma Shemuel non è il solo personaggio curioso. Ce n'è un altro su cui è giusto spendere due parole: Atalia, il grande personaggio femminile del romanzo. Atalia è una solitudine monadica, ma irreversibilmente chiusa in se stessa. Oz dà voce attraverso di lei ad un tipo umano e letterario assai ambiguo, anche e soprattutto negativamente ambiguo, dotato di notevoli sfaccettature. Atalia è la madre e l'amante, la femme fatale e la sorella maggiore. E' il mistero fatto donna. E' la portavoce di tutte le donne che senza eccezioni lungo il corso della Storia hanno subito il male e il dolore causati dalla brama di Potere degli uomini. Il romanzo riflette quindi anche su questo, sul rapporto tra i sessi e i generi, sulla loro inutile quanto insanabile impossibilità di comprensione.
L'Autore fa dire ad uno dei personaggi: 
La verità è che ancora mi stupisco ogni volta da capo: la via dell'uomo con la donna e della donna con l'uomo è una fra le cose incommensurabili (...). Per millenni ci siamo imposti di credere che la donna è per natura tutta diversa da noi, differente in tutto, tutta un'altra cosa. Non è che abbiamo un po' esagerato? No?
Ancora Atalia dice degli uomini:
Avete il mondo fra le mani da millenni e l'avete trasformato in un orrore. In un macello. Forse solo usarvi, si può. A volte persino avere compassione di voi e cercare di consolarvi un po'. Di che? Non lo so. Forse della vostra inettitudine.   
Tutto ciò in un contesto politico estremamente controverso e doloroso (siamo infatti nel '59, vent'anni dopo circa la formazione dello Stato di Israele), nel quale oppressi e oppressori si confondono. In virtù di questo le riflessioni sul Dolore, sull'Ingiustizia e sul Male abbondano senza mai risultare noiose o fuori luogo, riallacciandosi magistralmente alla grande questione della Redenzione. 
Il libro di Oz infatti pone il lettore di fronte a una domanda davvero sorprendente: qual è il vero prezzo della Salvezza, della Redenzione? 
A questa domanda io decido di rispondere così, riportando una citazione del romanzo:  

(...) se potessi scegliere tra la nostra sofferenza, o tra i nostri, cioè tuoi o miei e di tutti noi, millenari dolori, e la loro salvezza e redenzione al pari di tutte le salvezze e le redenzioni del mondo, meglio restare con tutta la sofferenza e il dolore e che loro si tengano pure tutti i riscatti del mondo, che comportano immancabilmente macelli, crociate, o jihad o gulag o guerre di Gog e Magog.     
                     

venerdì 16 dicembre 2016

IL CARDELLINO di Donna Tartt




Per inaugurare il blog con la prima vera e propria recensione, non potevo che scegliere di iniziare da un libro assolutamente grandioso quale The goldfinch di Donna Tarttpremio Pulitzer 2014.
E' uno dei miei libri imprescindibili, un romanzo che ha determinato in me - persona, donna e lettrice - una significativa cesura. Non so se si tratti di un capolavoro, forse sì, forse no. Ma che importa definirlo in qualche modo? E' un libro il cui valore letterario difficilmente potrebbe essere messo in discussione. 
The goldfinch, opera ambiziosa e di ampio respiro, è un romanzo di formazione con protagonista Theo, ragazzo difficile, spaventato, inquieto. Theo, reduce da un'esperienza tragica in seguito alla quale perde la madre, si ritrova negli anni successivi al dramma ad affrontare il vuoto - abissale e assolutamente interiore - che immediatamente ne consegue. Assolutamente interiore perché Theo non riuscirà a trovare la forza di affrontarlo dall'esterno. Non riuscirà, cioè, a continuare a vivere prescindendo da esso. Ed è proprio questo il punto, l'aspetto fondamentale ed essenziale del tormento di questo straordinario personaggio letterario. 
I vuoti non si colmano, e questo può essere confermato da chiunque abbia subìto una perdita importante. E sì, dico subìto, perché dei dolori si rimane sempre vittime. Ma allo stesso modo può essere anche confermato che, per quanto complicato, lacerante e straziante sia, è necessario trovare un modo per andare avanti, con grande fatica, certo, ma anche con la lucida consapevolezza che, nonostante il male e l'ingiustizia della sofferenza privata, di vita da vivere ce n'è ancora, ed è questo ciò che più conta. Andare avanti non per cancellare o eliminare il dolore (magari fosse davvero possibile!), bensì per confinarlo, porlo ai margini. Dico così perché sono tra coloro che credono, anche piuttosto fermamente, che il dolore del lutto non possa essere mai elaborato, nemmeno dopo molto tempo. 
Theo quindi, personaggio controverso dalla perenne coscienza sporca, è un anti-eroe dei nostri tempi. Un anti-eroe contemporaneo e nichilista in balia dell'affannoso desiderio di ricerca di palliativi, persone da amare e da cui essere amato, illusioni furtive in cui perdersi.  
Per comprendere un personaggio di questo tipo è determinante entrare in empatia con la parte iniziale del romanzo, nella quale la Tartt si sofferma sul rapporto madre-figlio. Nelle primissime pagine si legge:

Le cose sarebbero andate per un verso migliore se lei fosse vissuta. Ma è morta quand'ero bambino; e benché la colpa di tutto ciò che è accaduto in seguito sia solo mia, perdere lei fu come perdere l'unico punto di riferimento in grado di guidarmi verso un luogo più felice, verso un'esistenza più ricca di legami e più congeniale. La sua morte ha segnato una linea di demarcazione tra il Prima e il Dopo. E benché sia deprimente ammetterlo dopo tutti questi anni, non ho più incontrato nessuno in grado di farmi sentire tanto amato. In sua compagnia ogni cosa prendeva vita; emanava una luce incantata, simile a quella che uno vede a teatro, e il mondo attraverso i suoi occhi acquistava colori più vividi.

Theo, come tutti i figli maschi, è legato alla figura materna da una tensione erotica tale da portarlo a farne un modello di perfezione femminile. E questo ideale lo accompagnerà, o meglio tormenterà, in ogni momento importante o cruciale della sua vita. La madre come demone della coscienza, insomma. 
La cosa più interessante di Theo, l'elemento che me lo ha fatto apprezzare nonostante il suo non essere affatto un modello umano di bontà (d'altronde, cosa se ne fa la letteratura dei buoni sentimenti?), è che l'esperienza del lutto non lo inaridisce affettivamente, anzi. Da ragazzo prima, e da giovane uomo poi, Theo è capace di grandi passioni. Ama l'altro in maniera così disperata da risultare quasi ingenuo. Tutto ciò nella più tenera e commovente delle speranze, quella di riportare a nuova vita il suo vecchio e per sempre perduto amore, l'amore della madre e per la madre. L'unico vero grande amore della sua vita...  



Qui di seguito il video in cui ne parlo sul mio canale youtube:


martedì 13 dicembre 2016

What books mean to me

A me piace dire così: nei libri non voglio (più) cercare me stessa. Nei libri, i miei libri, anelo a cercare l'altro. L'altro che io non sono. L'altro che non potrò mai essere.
                
Sono giorni che penso a queste cose. Stasera, finalmente, sono giunta ad una loro elaborazione. 
Questo sono, per me, i libri: fonte inesauribile di scoperta e possibilità. Scoperta dell'altro, che è esso stesso possibilità.

Solo ora che sto crescendo e sto davvero entrando nella crisi della mia instabile maturità, mi rendo conto della grandiosità della parola "possibilità". E' una parola infinita e indefinita. Cosa le manca? Praticamente nulla. Nella possibilità c'è tutto e il Tutto. E a chi crede che leggere sia una perdita di tempo, mi piacerebbe dire esattamente questo: leggere regala innumerevoli possibilità, prima fra tutte quella di essere liberi, per un'ora o due o tre, di non essere solo ed esclusivamente se stessi. Perché checché se ne dica, c'è una grandissima dose di presunzione e narcisismo nel dire che si è fieri di riuscire ad essere sempre se stessi. 

Io personalmente vorrei poter essere sempre diversa da quello che sono. Vorrei poter essere quell'altro che guardo da lontano, e a cui invano tendo la mano. Quell'altro che ammiro, o perché no, invidio e disprezzo. Mi piacerebbe non essere schiava delle mie idee, della mia formazione, della mia personalità, della mia emotività. Mi piacerebbe che non ci fosse più alcuna identità in cui riconoscersi.

I libri grandi e belli sono quelli in cui non ci si riesce a riconoscere, quelli che nella maniera più dura e cattiva suggeriscono che c'è più di qualcosa al mondo su cui la mente non si è ancora soffermata.
Ed è per questo che credo con grande convinzione che i libri non debbano insegnare proprio nulla: il senso delle cose non corrisponde, voglio sperare, ad alcuna morale...