lunedì 11 settembre 2017

La grande occasione (mancata): FERITO A MORTE di Raffaele La Capria


Ferito a morte di La Capria è un romanzo difficile, un testo narrativamente complesso e stratificato che mette in discussione il lettore nella sua capacità di leggere tra le righe, nella sua attitudine a cogliere la forza semantica del Simbolo, rimando e allusione dal sapore mitico a una realtà meno profonda ma più conosciuta, più tangibile. 

Eppure questo libro di La Capria, Premio Strega 1961, racchiude una storia che per quanto articolata riesce ad appartenere proprio a tutti. Che piaccia o meno questo libro non lascia indifferenti, esercitando al contrario uno strano incantamento sul lettore che, affascinato, rimane vittima dell'impossibilità di coglierne il senso, di figurarsi l'intreccio narrativo per intero nella propria mente, di trarre un significato ultimo che gli permetta di tirare un respiro di sollievo, di dire la parola definitiva, quella che gli permetterà di riporre il libro sullo scaffale senza che questo lo perseguiti ancora (ma in fondo, quale buon libro non continua a perseguitarci anche dopo averlo finito?!).  

Ferito a morte lascia il lettore in un turbinio di domande, di dubbi, di interrogazioni. L'incipit, indimenticabile, perché possa essere compreso pienamente andrebbe riletto una volta arrivati all'ultima pagina, così, però, verrebbe meno quello stordimento di cui ho detto sopra: il lettore si sottrarrebbe volontariamente a quella sorpresa, a quella meraviglia irritata di chi non sta capendo, di chi fatica nella sua situazione attuale. 

Il tema portante del romanzo è quello della Grande Occasione Mancata, a sua volta accompagnato da un corollario di questioni letterarie affatto secondarie: quella della iùbris che «dura sempre pochissimo»; quella della Natura che si fa giustizia da sé contro la Storia; quella di una Napoli-città amata e odiata che «ferisce a morte o addormenta»; quella della Giovinezza per sempre perduta e mai più recuperata.

E' la consapevolezza della provvisorietà di tutte le cose del mondo ciò che accomuna i diversissimi lettori di questo romanzo: tutti, una volta o più di una volta nella vita, abbiamo preso coscienza in maniera disperata della perdita che è alla base delle nostre esperienze, tutte, per forza di cose, sempre calate nel flusso temporale.

Con un linguaggio leggero e superficialmente divino (gli amanti e lettori di Nietzsche capiranno!), La Capria ci restituisce tutto il misero splendore della finitezza umana, nostro fardello e tormento, nostro primo motivo di turbamento e inquietudine, ma anche e soprattutto nostra grande ricchezza e risorsa.

Io penso questo: ha davvero valore e si distingue solo ciò che finisce, solo ciò che a un inizio fa seguire una fine. 

Nell'eternità, in fondo, non c'è che indifferenza.          

venerdì 13 gennaio 2017

LAMB di Bonnie Nadzam


Lamb è un libro strano, sfacciato, spudorato, provocatorio, e in quanto tale modernissimo. E' stato definito - in modo piuttosto fuorviante - il Lolita del XXI secolo. Accostamento poco felice, a mio avviso, perché la Nadzam - per quanto sia certamente una valida scrittrice - non sfiora minimamente il genio stilistico, e non solo stilistico, di Nabokov:

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita. 

Ricordate?  

Ho trovato, al contrario, la prosa della Nadzam piuttosto artefatta, inutilmente elaborata e  ridondante, con momenti di grande inverosimiglianza. Va bene giocare con le parole, va bene il lirismo, va bene fondere prosa e poesia, ma dietro tutto questo darsi da fare per impressionare il lettore deve pur esserci un criterio estetico che giustifichi l'uso di queste sofisticatezze (paradossalmente il libro è pieno zeppo di dialoghi, peccato che molti di questi somiglino di più a dei monologhi fini a se stessi, tramite i quali chi scrive si auto-compiace della propria bravura, che a delle reali conversazioni di vita quotidiana). Esteticamente, quindi, il libro non mi è piaciuto. In realtà, nemmeno l'intreccio e i personaggi mi hanno convinto del tutto: troppe cose in sospeso di cui il lettore deve farsi carico, personaggi non sempre caratterizzati al meglio, buchi narrativi che tolgono molto - troppo! - all'introspezione psicologica. 

Allora perché ne parlo? Perché Lamb è un romanzo cattivo e attuale. Attuale proprio perché cattivo. Protagonista è David Lamb, carismatico uomo di mezz'età in profonda crisi esistenziale. Lamb vive il dramma contemporaneo per eccellenza: ha il cuore marcio. Nella sporcizia di questo suo degrado spirituale, in questa sua insondabile vanità, trova la redenzione in Tommie, anonima ragazzina di undici anni. Un uomo e una ragazzina, due generazioni molto diverse e distanti a confronto. Un sentimento vago, inafferrabile e disperato che molto lentamente, e in modo non del tutto chiaro e trasparente, si insinua tra i due. 
Non c'è nulla della dolorosa passione di Humbert Humbert, nulla della malizia dispettosa di Lolita. 
Ci sono un uomo solo e triste e una bambina impaurita e inconsapevole. David, tormentato da domande che quasi mai ricevono risposte, ha bisogno di una via di fuga, di un palliativo, di un pretesto per sentirsi buono, utile, misericordioso. Ed ecco che, così, Tommie - bruttina, insicura e piena di lentiggini - gli offre l'occasione perfetta per riscattarsi. Riscattarsi da cosa? Da chi? Dal dolore, dalla sofferenza, dagli abusi passati? Da un mondo malvagio e ingiusto? Da una famiglia assente, o al contrario da una figura materna pressante? Da un amico infedele? Da un amante scorretto? Da cosa abbiamo bisogno di riscattarci, noi uomini? Quale fastidioso fardello ci portiamo costantemente sul cuore? Cos'è questo risentimento opprimente da cui non riusciamo ad affrancarci? 

Lamb ce lo insegna: l'uomo aspira ad un'unica e sola liberazione. La liberazione dal (e non del!) proprio sé. Perché nel sé è già contenuto, senza che vi sia aggiunto in un secondo momento, il disprezzo di sé
L'uomo narcisista (cioè L'Uomo) in realtà si svilisce, si biasima, si detesta e, infine, si vergogna. Si disprezza e per questo si tormenta; si tormenta ancora di più se non si disprezza abbastanza. 
E come si può amare quello che c'è fuori - il mondo e tutto ciò che in esso è contenuto - se non si è pronti ad amare prima se stessi? 

domenica 8 gennaio 2017

L'UOMO CHE RIDE di Victor Hugo


Il 2017 è partito magnificamente con una lettura tanto straordinaria e affascinante quanto amara e disperata. L'uomo che ride è uno dei grandi capolavori di Hugo, uno dei suoi ultimi titoli e anche, ahimè, uno dei meno conosciuti. 
Si tratta di un classico - imprescindibile a mio avviso - dalle atmosfere cupe e inquietanti e dal sapore vagamente gotico, ambientato in un'Inghilterra difficile e dolorosa, contraddittoria e ingiusta, quella tristemente barocca di inizio '700.  
Lo dico fin da subito: non recensirò questo libro nel tradizionale senso del termine. Mi è impossibile. Comprendere fino in fondo testi di questo tipo richiede una grande maturità, letteraria e non, e una consapevolezza di sé e del mondo che io al momento so di non possedere. Mi limiterò, in modo tra l'altro per nulla lineare, a parlarne in base a ciò che più mi ha colpita, in base cioè a quegli aspetti che come lettrice e persona mi hanno messa in discussione.
Il titolo, intrigante e seducente, rimanda al protagonista del romanzo, Gwynplaine. Gwynplaine è un carattere atipico. Sì, lo so, è una contraddizione in termini. Ora però mi spiego. 
Il personaggio cui Hugo dà voce in questo romanzo è da una parte senza alcun dubbio un carattere, perché incarna l'eroe tragico greco che improvvisamente, e senza soluzione di continuità, si ritrova a combattere contro l'atrocità del destino - destino ingiusto feroce violento che gli si scaglia contro ingiustificatamente - dall'altra però, atipicamente appunto, a differenza dell'eroe della tragedia greca rifiuta con grande consapevolezza, invischiato com'è in questa lotta meschina, di rinunciare alla propria volontà. L'eroe greco, infatti, lotta sì contro questo fato crudele che lo vuole sconfitto, ma finisce poi, al termine dello scontro, per fondersi tristemente con esso, rinunciando così alla propria volontà di essere umano libero. L'eroe greco nega se stesso. Egli accetta, alla fine dei giochi, la propria infelicità. Ed è proprio in questa rassegnazione che riposa il suo eroismo. 
Gwynplaine, invece, non nega se stesso. Riconoscendo l'importanza del proprio essere - che è un essere prima di tutto simbolico - esalta la propria volontà di rimanere fedele a se stesso nonostante lo strano e inaspettato destino di fronte al quale si verrà a trovare.

Due i personaggi di maggior rilievo di questo romanzo: Gwynplaine, per l'appunto, e la duchessa Josiane.
Gwynplaine è definito "l'uomo che ride" perché è condannato fin da bambino, a causa di una terribile mutilazione, ad un ghigno perpetuo. Il volto di Gwynplaine, stravolto da un'operazione irreversibile, è una maschera di allegria sotto cui si cela un'anima tragica e profonda. Sotto il deforme esteriore della carne si nasconde il sublime interiore dello spirito. Hugo dirà parole estremamente significative su Gwynplaine a tal proposito:
Essere comico fuori e tragico dentro: non c'è sofferenza più umiliante, né collera più profonda.
Il dramma di Gwynplaine sta tutto qui. Egli non riesce a comunicarsi agli altri nella sua grandezza. Il suo riso, riso infernale di Satana, lo condanna all'umiliazione, alla graffiante e maliziosa ilarità delle masse, al fraintendimento continuo da parte del prossimo. E se non si riesce a comunicare se stessi per quello che si sa davvero di essere, non si può nemmeno essere amati: perciò  prima parlavo di Gwynplaine come di un simbolo. Il ghigno che occulta il volto di questo personaggio non è altro che la maschera che l'umanità tutta è condannata ad indossare dagli albori del mondo. Una maschera di festa e sfrenatezza, sotto la cui superficie si nasconde la tristezza della grande miseria. Ma il riso è anche qualcos'altro. E' una beffa. La beffa di Dio nei confronti della sua creazione.
Josiane, d'altro canto, è un personaggio femminile formidabile e sopra le righe, ma al contempo assolutamente universale. Essa, infatti, non è semplicemente una donna, ma La Donna. Josiane è, come dice Hugo con un'espressione splendida, l'Eva del baratro. E' bellissima e mostruosa, altera e perversa, superba e degenere. E' lo ctonio per eccellenza, geniale e brutale nei suoi enigmi di femmina. E' la donna che da argilla desidera ridiventare fango. Nel suo grandioso monologo afferma:
Mescolare l'alto col basso è il caos, e il caos mi piace. Tutto inizia e finisce col caos. E che cos'è il caos?  Un'immensa sozzura. E, con questa sozzura, Dio ha fatto la luce e, con questa fogna, Dio ha fatto il mondo. Tu non sai fino a che punto io sia perversa. Metti un astro nel fango, quella sono io.  

Serve forse altro, dopo questa citazione, per convincervi a leggerlo?   

lunedì 19 dicembre 2016

GIUDA di Amos Oz



Giuda di Amos Oz è stata senza dubbio la più grande sorpresa letteraria dell'anno. Un romanzo raro - non ho mai letto nulla del genere, sia narrativamente sia stilisticamente - non ambizioso, ma nonostante questo grandioso. Grandioso perché in questa storia c'è tutto: tutto quello che è importante, tutto quello sui cui è necessario riflettere, tutto ciò che oggi deve impressionare la nostra sensibilità di essere umani.
Ritengo che Oz sia un prosatore brillante, il suo stile rasenta la perfezione. Il ritmo della narrazione, sebbene sempre piuttosto piatto, mantiene vivi l'attenzione e l'interesse del lettore senza eccezioni. Le descrizioni, frequenti quanto basta, sanno essere molto suggestive, restituendoci una Gerusalemme difficile e controversa, in eterno conflitto. 
La scrittura è intensa, piena, ricca. Ma soprattutto privata. La parola di Oz non conosce eccessi o volgarità di sorta. E' la parola di uno scrittore che riconosce l'importanza del pudore in letteratura. L'importanza di quell'intimità che non sempre trova nell'attuale panorama letterario una propria adeguata espressione, e di cui molti romanzieri improvvisati oggi si dimenticano.
Una frase che in tal senso mi ha colpito molto è:
La luce spietata si era addolcita, come ricreduta.  
Oppure, ancora:
Non c'era anima viva fuori, ma alle finestre baluginava qualche luce e in fondo alla strada, verso occidente, c'era ancora un'agonia di tramonto, chiazze di vino luccicanti e di porpora sanguigna sulla superficie di una fiumana rossastra.
La Natura di Gerusalemme, la vera grande protagonista del romanzo, viene umanizzata e resaci poeticamente. Oz si serve delle parole al massimo del loro significato. Nella loro semanticità esse arrivano sempre al cuore del lettore intelligente che con pazienza si sofferma su ciò che la pagina scritta gli offre. Non c'è mai violenza, rabbia o aggressività in questo romanzo. Mai. Oz è sempre molto attento a non ferire il proprio lettore. Nonostante questo, però, Giuda ha una propria durezza.

Grazie a Giuda ho conosciuto uno dei personaggi maschili più trasparenti e ingenui di cui io abbia mai letto. Shemuel Asch è un giovane scapestrato che improvvisamente si ritrova solo, soffocato dalla latente disperazione dei propri fallimenti personali e professionali. E' sbadato, confuso, disorientato. Ma nonostante questo non si affanna ad andare alla ricerca di se stesso, anzi. Sembra, al contrario, muoversi nella direzione opposta, verso un'ancora maggiore disorganizzazione del proprio essere e della propria, molto instabile, identità. Shemuel, che anela ad un Senso molto più grande e profondo di quello relativo alla propria piccola persona (ovvero: qual è stato il vero ruolo di Giuda Iscariota nella storia di Gesù e nella fondazione del Cristianesimo?), è perso per sempre, una volta e per tutte. E' in questo senso un personaggio ai margini, indefinito e indefinibile, molto tenero e commovente.  
Una piccola descrizione all'inizio del romanzo rende piuttosto bene l'idea di quel che Shemuel è:
Qualche giorno prima di lasciarlo, Yardena gli aveva detto: tu, o sei una specie di cucciolo scatenato, esuberante, irrefrenabile, coccolone, che anche quando stai seduto su una sedia non si sa come mai giri continuamente intorno alla tua coda, oppure sei il contrario - te ne rimani giorni e giorni sepolto nel tuo letto, sei come una coperta pesante cui nessuno dà mai aria.
Ma Shemuel non è il solo personaggio curioso. Ce n'è un altro su cui è giusto spendere due parole: Atalia, il grande personaggio femminile del romanzo. Atalia è una solitudine monadica, ma irreversibilmente chiusa in se stessa. Oz dà voce attraverso di lei ad un tipo umano e letterario assai ambiguo, anche e soprattutto negativamente ambiguo, dotato di notevoli sfaccettature. Atalia è la madre e l'amante, la femme fatale e la sorella maggiore. E' il mistero fatto donna. E' la portavoce di tutte le donne che senza eccezioni lungo il corso della Storia hanno subito il male e il dolore causati dalla brama di Potere degli uomini. Il romanzo riflette quindi anche su questo, sul rapporto tra i sessi e i generi, sulla loro inutile quanto insanabile impossibilità di comprensione.
L'Autore fa dire ad uno dei personaggi: 
La verità è che ancora mi stupisco ogni volta da capo: la via dell'uomo con la donna e della donna con l'uomo è una fra le cose incommensurabili (...). Per millenni ci siamo imposti di credere che la donna è per natura tutta diversa da noi, differente in tutto, tutta un'altra cosa. Non è che abbiamo un po' esagerato? No?
Ancora Atalia dice degli uomini:
Avete il mondo fra le mani da millenni e l'avete trasformato in un orrore. In un macello. Forse solo usarvi, si può. A volte persino avere compassione di voi e cercare di consolarvi un po'. Di che? Non lo so. Forse della vostra inettitudine.   
Tutto ciò in un contesto politico estremamente controverso e doloroso (siamo infatti nel '59, vent'anni dopo circa la formazione dello Stato di Israele), nel quale oppressi e oppressori si confondono. In virtù di questo le riflessioni sul Dolore, sull'Ingiustizia e sul Male abbondano senza mai risultare noiose o fuori luogo, riallacciandosi magistralmente alla grande questione della Redenzione. 
Il libro di Oz infatti pone il lettore di fronte a una domanda davvero sorprendente: qual è il vero prezzo della Salvezza, della Redenzione? 
A questa domanda io decido di rispondere così, riportando una citazione del romanzo:  

(...) se potessi scegliere tra la nostra sofferenza, o tra i nostri, cioè tuoi o miei e di tutti noi, millenari dolori, e la loro salvezza e redenzione al pari di tutte le salvezze e le redenzioni del mondo, meglio restare con tutta la sofferenza e il dolore e che loro si tengano pure tutti i riscatti del mondo, che comportano immancabilmente macelli, crociate, o jihad o gulag o guerre di Gog e Magog.     
                     

venerdì 16 dicembre 2016

IL CARDELLINO di Donna Tartt




Per inaugurare il blog con la prima vera e propria recensione, non potevo che scegliere di iniziare da un libro assolutamente grandioso quale The goldfinch di Donna Tarttpremio Pulitzer 2014.
E' uno dei miei libri imprescindibili, un romanzo che ha determinato in me - persona, donna e lettrice - una significativa cesura. Non so se si tratti di un capolavoro, forse sì, forse no. Ma che importa definirlo in qualche modo? E' un libro il cui valore letterario difficilmente potrebbe essere messo in discussione. 
The goldfinch, opera ambiziosa e di ampio respiro, è un romanzo di formazione con protagonista Theo, ragazzo difficile, spaventato, inquieto. Theo, reduce da un'esperienza tragica in seguito alla quale perde la madre, si ritrova negli anni successivi al dramma ad affrontare il vuoto - abissale e assolutamente interiore - che immediatamente ne consegue. Assolutamente interiore perché Theo non riuscirà a trovare la forza di affrontarlo dall'esterno. Non riuscirà, cioè, a continuare a vivere prescindendo da esso. Ed è proprio questo il punto, l'aspetto fondamentale ed essenziale del tormento di questo straordinario personaggio letterario. 
I vuoti non si colmano, e questo può essere confermato da chiunque abbia subìto una perdita importante. E sì, dico subìto, perché dei dolori si rimane sempre vittime. Ma allo stesso modo può essere anche confermato che, per quanto complicato, lacerante e straziante sia, è necessario trovare un modo per andare avanti, con grande fatica, certo, ma anche con la lucida consapevolezza che, nonostante il male e l'ingiustizia della sofferenza privata, di vita da vivere ce n'è ancora, ed è questo ciò che più conta. Andare avanti non per cancellare o eliminare il dolore (magari fosse davvero possibile!), bensì per confinarlo, porlo ai margini. Dico così perché sono tra coloro che credono, anche piuttosto fermamente, che il dolore del lutto non possa essere mai elaborato, nemmeno dopo molto tempo. 
Theo quindi, personaggio controverso dalla perenne coscienza sporca, è un anti-eroe dei nostri tempi. Un anti-eroe contemporaneo e nichilista in balia dell'affannoso desiderio di ricerca di palliativi, persone da amare e da cui essere amato, illusioni furtive in cui perdersi.  
Per comprendere un personaggio di questo tipo è determinante entrare in empatia con la parte iniziale del romanzo, nella quale la Tartt si sofferma sul rapporto madre-figlio. Nelle primissime pagine si legge:

Le cose sarebbero andate per un verso migliore se lei fosse vissuta. Ma è morta quand'ero bambino; e benché la colpa di tutto ciò che è accaduto in seguito sia solo mia, perdere lei fu come perdere l'unico punto di riferimento in grado di guidarmi verso un luogo più felice, verso un'esistenza più ricca di legami e più congeniale. La sua morte ha segnato una linea di demarcazione tra il Prima e il Dopo. E benché sia deprimente ammetterlo dopo tutti questi anni, non ho più incontrato nessuno in grado di farmi sentire tanto amato. In sua compagnia ogni cosa prendeva vita; emanava una luce incantata, simile a quella che uno vede a teatro, e il mondo attraverso i suoi occhi acquistava colori più vividi.

Theo, come tutti i figli maschi, è legato alla figura materna da una tensione erotica tale da portarlo a farne un modello di perfezione femminile. E questo ideale lo accompagnerà, o meglio tormenterà, in ogni momento importante o cruciale della sua vita. La madre come demone della coscienza, insomma. 
La cosa più interessante di Theo, l'elemento che me lo ha fatto apprezzare nonostante il suo non essere affatto un modello umano di bontà (d'altronde, cosa se ne fa la letteratura dei buoni sentimenti?), è che l'esperienza del lutto non lo inaridisce affettivamente, anzi. Da ragazzo prima, e da giovane uomo poi, Theo è capace di grandi passioni. Ama l'altro in maniera così disperata da risultare quasi ingenuo. Tutto ciò nella più tenera e commovente delle speranze, quella di riportare a nuova vita il suo vecchio e per sempre perduto amore, l'amore della madre e per la madre. L'unico vero grande amore della sua vita...  



Qui di seguito il video in cui ne parlo sul mio canale youtube:


martedì 13 dicembre 2016

What books mean to me

A me piace dire così: nei libri non voglio (più) cercare me stessa. Nei libri, i miei libri, anelo a cercare l'altro. L'altro che io non sono. L'altro che non potrò mai essere.
                
Sono giorni che penso a queste cose. Stasera, finalmente, sono giunta ad una loro elaborazione. 
Questo sono, per me, i libri: fonte inesauribile di scoperta e possibilità. Scoperta dell'altro, che è esso stesso possibilità.

Solo ora che sto crescendo e sto davvero entrando nella crisi della mia instabile maturità, mi rendo conto della grandiosità della parola "possibilità". E' una parola infinita e indefinita. Cosa le manca? Praticamente nulla. Nella possibilità c'è tutto e il Tutto. E a chi crede che leggere sia una perdita di tempo, mi piacerebbe dire esattamente questo: leggere regala innumerevoli possibilità, prima fra tutte quella di essere liberi, per un'ora o due o tre, di non essere solo ed esclusivamente se stessi. Perché checché se ne dica, c'è una grandissima dose di presunzione e narcisismo nel dire che si è fieri di riuscire ad essere sempre se stessi. 

Io personalmente vorrei poter essere sempre diversa da quello che sono. Vorrei poter essere quell'altro che guardo da lontano, e a cui invano tendo la mano. Quell'altro che ammiro, o perché no, invidio e disprezzo. Mi piacerebbe non essere schiava delle mie idee, della mia formazione, della mia personalità, della mia emotività. Mi piacerebbe che non ci fosse più alcuna identità in cui riconoscersi.

I libri grandi e belli sono quelli in cui non ci si riesce a riconoscere, quelli che nella maniera più dura e cattiva suggeriscono che c'è più di qualcosa al mondo su cui la mente non si è ancora soffermata.
Ed è per questo che credo con grande convinzione che i libri non debbano insegnare proprio nulla: il senso delle cose non corrisponde, voglio sperare, ad alcuna morale...